Todo modo, Leonardo Sciascia

Arrivo in biblioteca sempre più tardi di quanto vorrei, saluto velocemente i bibliotecari, quattro chiacchiere con gli equiLibristi attendendo che il gruppo si raduni: l’influenza che ha decimato la partecipazione all’incontro, lo scambio di doni natalizio, le ultime letture, qualche comunicazione di servizio. Nel momento in cui mostro il libro del mese, cala il silenzio. E da quel silenzio attento, concentrato, carico di tensione capisco che devo sedermi e prendere nota di tutte le considerazioni che il gruppo farà. Il libro ha colpito e quell’oretta in biblioteca arricchirà una lettura già intensa.
Lo confesso: il despota che è in me aveva deciso arbitrariamente di leggere Todo modo di Sciascia. Puro desiderio di prendere tra le mani il libro di un autore italiano, contemporaneo, di cui si citano tante frasi ma forse s’è letto poco. Tra i vari titoli possibili, ho scelto Todo modo per futili ragioni: c’è una bella libreria indipendente a Firenze, divenuta luogo d’incontro con una cara amica. La libreria si chiama Todo modo, per l’appunto, in onore un po’ di Sciascia e un po’ di Ignazio di Loyola ed io ho sempre pensato che fossi in ritardo per intraprendere la via degli Esercizi spirituali ma ancora in tempo per scoprire il famoso romanzo sulla spietatezza del crimine.

Temevo fossi l’unica a non aver mai letto il romanzo in precedenza, invece ho scoperto d’essere in buona compagnia.
Apre la discussione Dino, con la sua spiccata capacità di sintesi. In due minuti delinea la trama del romanzo e la contestualizza, come accadeva nelle antologie liceali. Quindi?
Pubblicato nel ’74, lo si può definire un romanzo sui poteri occulti che operavano nell’Italia degli anni ’70. In un luogo surreale quale l’eremo-albergo di Zafer si riuniscono politici, banchiere, imprenditori per espiare le loro colpe attraverso gli esercizi spirituali. Visto il periodo in cui il libro venne pubblicato e la successiva, scandalosa, trasposizione cinematografica di Elio Petri (1976), è inevitabile considerare il romanzo come un’opera di denuncia, un attacco alla Democrazia Cristiana e, in generale, alla connessione tra il potere cattolico e tutte le sfere dello Stato. Vidi il film prima che sequestrassero la pellicola e mi è rimasto un chiaro ricordo di Gian Maria Volontè molto somigliante ad Aldo Moro.
Chi era già in età di ragione quando il libro venne pubblicato, ricorda più lo scalpore che il romanzo. Lo lessi quaranta anni fa – conferma Silvanama non ricordavo assolutamente nulla di questo giallo senza soluzione. Oggi ne ho apprezzato soprattutto la prima parte, quella più filosofica, fitta di riferimenti, citazione colte, le figure controverse ed eccentriche di Don Gaetano e del pittore, l’io narrante. Figure in cui è possibile rintracciare, secondo me, lo stesso Leonardo Sciascia. Forse chi non era ancora nato nel ’74 – azzarda Silvana – avrà trovato pesante la prima parte del libro e più piacevole l’intreccio giallo.
Sbagliato. Anche i più giovani si son lasciati incantare dall’analogia tra la Chiesa e La zattera della Medusa di Géricault.

«No, restiamone fuori. Anzi, nella forma più diretta, più semplice, mi dica: che cosa è la Chiesa?».
«Ecco: un prete buono le risponderebbe che è la comunità convocata da Dio; io, che sono un prete cattivo, le dico: è una zattera, La zattera della Medusa, se vuole; ma una zattera».
«Ricordo il quadro di Géricault, ma non ricordo bene che cosa è accaduto su quella zattera, anche se parecchi anni fa ho letto tutto un libro. Qualcosa di terribile: proverbialmente... Si è salvato qualcuno, su quella zattera?».
«Quindici, su centoquarantanove: forse troppi... Oh no, non dico per La zattera della Medusa: dico per quella della Chiesa. Il dieci è percentuale piuttosto alta».
«E quello che hanno fatto quei quindici per salvarsi?».
«Non mi interessa. Cioè: non mi interessa dal momento che La zattera della Medusa è metafora, per me, di ciò che è la Chiesa».



Bello avere Google. Un attimo e vedi anche tu la tela di Géricault, pure se non sei mai stato al Louvre, se non hai grandi conoscenze di storia dell’arte, se non hai l’esperienza di Teresa Anna e la sua stessa capacità di smembrare i romanzi e intrecciarli con altre storie, immagini, suoni, città lontane. Chi come Beatrice si è immersa nella lettura di Todo modo senza prima interrogare la rete, è rimasta interdetta di fronte al primo cadavere. Ma come? C’è un giallo? E l’assassino?
Ma no, l’assassino poco conta in questo romanzo in cui tutti sono colpevoli ed anzi, come fa notare Renata, ciò che stupisce è proprio il fatto che a nessuno interessi scoprire chi sia il colpevole. Alla fine il lettore non si aspetta che si faccia luce sulla vicenda. Be', insomma, non generalizziamo. Pina, per dire, che quando c’è di mezzo un cadavere deve individuare il maggiordomo per poter dormire sonni tranquilli, ha indagato non poco. Però, stranamente, Todo modo mi è piaciuto nonostante il finale aperto. Anche se… Sì, insomma, voi che dite? Chi sarà stato?
In una società in cui potere economico, politico e religioso sono intrecciati l’un l’altro, tutti sono sospettabili, anche l’artista narrante. Nessuna fiducia nei tutori della legge che dovrebbero sbrogliare il caso: il commissario è troppo concentrato sui due mesi che mancano alla pensione, l’agente di guardia presumibilmente dormiva e il procuratore Scalambri, primo della classe, non vuole complicarsi la vita nell’ipotizzare spiegazioni troppo complicate. Via signori, entro stasera, l’albergo deve essere sgombrato: non deve restarci nemmeno il gatto. Meglio chiudere l’albergo che restare lì, in attesa di scoprire un colpevole che non potrà esser trovato.
Quindi, taglia corto Rita, non è un giallo. E comunque è inutile perder tempo alla ricerca di un genere letterario in cui infilare Todo modo. Non può essere inserito in categorie standard. Mi fa pensare ad un altro libro di difficile collocazione: L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone. In quest’ultimo caso, il Papa è Celestino V, esempio virtuoso di chi antepone la libertà e la ricerca spirituale alla corruzione della sfera civile ed ecclesiastica (avete preso nota di un nuovo titolo? Bene).
Corruzione e potere della Chiesa scatenano l’ira funesta della mite Candida. Perché son preti questi che ci circondano? Arrivismo e discutibile rigore morale. In Brasile ho avuto sentore di carità cristiana. Sensazione sconosciuta da queste parti.


Per l’ambientazione del romanzo, Sciascia si era ispirato ad un albergo vicino a Zafferana Etnea, gestito dai salesiani, i cui ex allievi (quasi tutti notabili della Dc) si riunivano ogni anno per gli esercizi spirituali. Una cosa insolita, mi son detta, leggendolo. Tutt’altro, stando a quanto ci racconta Lina. Si registrano inquietanti esercizi spirituali tra gli esponenti dei poteri forti (un mix di Stato, Chiesa e gruppo imprenditoriale non meglio identificato) anche in un luogo di riflessione e pace quale Castel Gandolfo. Un ricordo di alcuni decenni fa. A quanto pare, siamo un Paese caratterizzato da una classe dirigente con parecchie colpe da espiare.
L’ingenuità di Antonella stempera i toni: ma quelle cinque donne che fine hanno fatto? E poi, mi son chiesta, ma che ci facevano nell’albergo-eremo di Zafer?  
Una risata liberatoria allontana l’amarezza che si stava impossessando della sala. Hanno ragione tutti: Todo modo è stato scritto più di quaranta anni fa ma niente sembra esser mutato. Ancora una volta, la realtà supera l’immaginazione.
A margine di tutto, posso dire una cosa?, Marcella, mestamente. In questo gruppo abbiamo già letto diversi libri, però quelli che più mi sono piaciuti, fino ad oggi, restano gli italiani.
Italiani ossia Malaparte, Pasolini, Sciascia. Niente di troppo leggero, per intenderci. Pensare che qualcuno mi aveva detto che i libri “impegnativi” avrebbero ucciso il gruppo di lettura…

  

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