Venivamo tutte per mare, Julie Otsuka. Resoconto semiserio dell’incontro di luglio

Arrivo in biblioteca leggermente in anticipo e meno trafelata del solito.
C’è solo Marcella, immersa nella lettura della guida della Polonia. Andrà a Cracovia con Candida e qualche altra compagnetta (suvvia!, non vorremo farle partire senza aver dato qualche suggerimento di lettura? Che dite?). 
«È passata Carla. Oggi non potrà essere dei nostri ma ci teneva a dire che il libro non le è piaciuto. Lo stile, la storia. No, proprio no». Il bibliotecario è categorico. Mi sa che non sarà un grande incontro.  
Fa un caldo della miseria, manca l’aria condizionata, luglio è agli sgoccioli, il commento riferito non lascia via di scampo: ma chi vuoi che venga a sudare qui, con in mano il libro di Julie Otsuka e nella testa qualche consiglio di lettura?
Magicamente la sala si riempie e non so se a farmi sentire così frastornata sia il caldo, il mal di denti o la gioia nel vedere il gruppo quasi al completo. Qualche equiLibrista è arrivata con figlia al seguito ed è bello sentire voci fresche, osservarle mentre scuotono la testa e dicono la loro. Contrariamente alle aspettative iniziali, Venivamo tutte per mare è piaciuto. Anche a Gianna, la pignola, colei di cui tutti temiamo il giudizio (no, figurati!, a Gianna non potrà mai piacere); anche a Candida, che dopo Murakami aveva detto «Vi prego, basta co’ i giapponesi»; anche a Silvana che, pur avendolo già letto, ha trovato la rilettura altrettanto piacevole e interessante.
Il libro era stato proposto da Lina, che per i giapponesi ha un debole. L’aveva incuriosita la storia; credeva fosse un romanzo e trovarsi di fronte ad una forma ibrida, un po’ fantasia, un po’ reportage, l’ha destabilizzata. Ma la capacità dell’Otsuka di scrivere per immagini, di farci vedere donne che partoriscono d’estate sotto una quercia, neonati che dormono in ceste di vimini nei campi, ha prevalso sul disorientamento iniziale. Per Rita non è stato semplice entrare nella storia, e poi, accidenti, me lo vuoi dire che fine fanno Akiko, Chizuko, Mitsuko…? Ce le hai fatte vedere, hai dato loro un nome, ho visto un pezzetto della loro vita, e poi? Come va a finire?
La maggior parte del gruppo ha letto il libro in pochi giorni, stupendosi di quanto sia poco conosciuta la storia dell’Alien Registration Act del 1940 e della presenza di veri e propri campi di detenzione in cui furono trasferiti i giapponesi residenti sul suolo americano dopo i fatti di Pearl Harbour.
Storia che ha molto incuriosito Lucia, la bibliotecaria, e Annamaria. Entrambe hanno approfondito il tema lasciandoci un paio di ulteriori spunti di lettura: Quando l’imperatore era un dio (il primo romanzo di Julie Otsuka, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri) e L’amante giapponese di Isabel Allende (Feltrinelli).
Chi non si è limitata ad un solo suggerimento di lettura è stata Fabiana. Le implicazioni linguistiche che ogni migrazione racchiude, le hanno fatto ricordare almeno due libri: Lost in translation (lo so cosa state pensando: ah, il film! No, a quanto pare il film non c’entra niente), di Eva Hoffman (pubblicato in Italia da Donzelli, con il titolo Come si dice), e La figlia dell’aggiustaossa di Amy Tan (pubblicato da Feltrinelli). Altre nazionalità, contesti diversi, le stesse difficoltà nel cercare di passare da un’identità linguistica all’altra.
Marina non ha apprezzato molto l’espediente narrativo del “noi” corale. «Alla lunga m’è sembrato troppo ripetitivo, appesantisce la lettura. E forse avrei dovuto leggere il libro in lingua originale, sebbene il titolo in italiano sia più evocativo». Come darle torto? Vuoi mettere Venivamo tutte per mare con The Buddha in the Attic?
Amanda è rimasta perplessa di fronte alla silenziosa, remissiva scomparsa dei giapponesi dalle loro case da una notte all’altra; e un’opinione quasi sussurrata ha scatenato il dibattito su quanto le guerre, ovunque, con qualsiasi strumento, riescano ad annientare la dignità e la forza di qualsiasi uomo.


L’integrazione, la difficile integrazione, le migrazioni, un secolo fa, ieri, oggi, dal Giappone all’America, dall’Africa all’Europa, all’interno dell’Europa, hanno costituito il tema centrale dell’incontro.
La commozione di Luigi, il sociologo, e la successiva ira di Luigi, l’impulsivo (un sacco di anime in un piccolo corpo) nei confronti di Gianna, è stato uno dei migliori momenti di confronto della serata. Perché un romanzo resta fine a sé stesso se non è in grado di dirci niente dell’oggi, di farci guardare intorno, di portarci fuori dalle pagine e dal tempo in cui è stato scritto. E i migranti giapponesi nell’America di inizio secolo, non ci sono sembrati poi così diversi dai tanti rumeni, bulgari, albanesi arrivati in Italia una generazione fa. Cambiano i flussi migratori, ma i problemi sembrano restare sempre gli stessi.

Qui il mio punto di vista.

Qui un interessante articolo scritto dalla traduttrice italiana del romanzo, Silvia Pareschi.

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